Menu Ubu. Un cuore così bianco

“Menu Ubu. Un cuore così bianco”. Questo il titolo dello spettacolo messo in scena lo scorso 4 aprile dal laboratorio teatrale del triennio del Monti diretto da Sabina Spazzoli, regista, nonché autrice della riscrittura del testo tratto dall'Ubu Roi di Alfred Jarry, con la collaborazione di alcuni attori sia del Liceo, sia della casa circondariale di Forlì, dove i ragazzi del Monti hanno recitato insieme ai detenuti il 14 giugno 2017.

Il laboratorio fa parte del progetto “La scuola incontra il carcere”, nell'ambito del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, di cui Sabina Spazzoli è presidente. Anche questo spettacolo ha come tema, come nell'anno 2015/2016, essendo il progetto triennale, la Patafisica di Jarry e la drammaturgia dell'Ubu Roi come prodromi del surrealismo. A seguito, quindi, dell'esperienza positiva di “Ceci ce n'est pas Ubu” (due repliche al Bonci e due alla casa circondariale, nonché una menzione di merito al festival di teatro scolastico Elisabetta Turroni e la pubblicazione all'interno del catalogo della mostra per i 170 anni del teatro Bonci “Spiriti Ardenti” fra arte e fotografia, a cura di Marisa Zattini), si conclude con questa rappresentazione l'epopea farsesca di père Ubu e mère Ubu, impersonati in modo tutt'altro che dilettantesco da Tommaso Placucci (IV Bc) e Isabel Fischer (V Ac).

L'opera di partenza è l'“Ubu Roi” di Alfred Jarry, quintessenza dell'irrisione di un autoritarismo ignorante e volgare che, attraverso una parodia del Macbeth, ridicolizza i regimi dispotici con un'operazione che anticipa quella di Chaplin ne Il Grande dittatore (non a caso il mappamondo che viene fatto rotolare sulla scena vuole esserne una citazione).

Centrale, allora, la scena, frutto di uno dei meticciamenti più fortunati operati da Sabina, in cui il gerarca di turno annuncia al popolo le sole parole consentite (NASCERE MANGIARE BERE DORMIRE SPOSARSI LAVORARE INVECCHIARE MORIRE ACCLAMARE TACERE SERVIRE UBBIDIRE , le uniche parole che Erik Orsenna immagina concesse dalla dittatura ne “La fabbrica della parola”), sotto il nuovo re, proclamato dopo l'uccisione del precedente su istigazione di mère Ubu, anima nera dall'arrivismo volgare e brutale. La mancanza di libertà priva le parole del loro significato (si ricordino gli slogan di “1984”: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza) per svuotare gli uomini della loro umanità e renderli come burattini di una farsa in un teatro grottesco.

Oltre alla semplificazione, potremmo dire, “dolosa” del linguaggio e del pensiero messa in atto dai regimi dispotici, un altro simbolo forte che dà anche il titolo allo spettacolo è quello del banchetto pantagruelico (atto primo, scena seconda dell'Ubu Roi), metafora del ventre insaziabile e vorace del despota che divora ingordamente tutto ciò che incontra finendo per svuotare oltre alle casse dello Stato, anche i cittadini diventati sudditi di un potere famelico e cieco.

Sono infatti i fascismi del '900, ma anche i dittatori contemporanei, le cui foto vengono proiettate sulla scena all'inizio dello spettacolo, il filo rosso del testo di Sabina: ecco allora che accanto alle streghe del Macbeth di Shakespeare compaiono altre tre streghe moderne tratte dall'opera del 1967 di Barbara Garson MacBird! Una rilettura in chiave moderna del Macbeth.

Il dialogo tra i libri, che sempre contraddistingue il lavoro della regista, comprende quindi in primo luogo il Macbeth, che compare anche nella citazione del titolo (“Le mie mani sono del tuo stesso colore, ma mi vergogno di avere un cuore così bianco” è la frase pronunciata da lady Macbeth al marito dopo aver insudiciato se stessa e i pugnali delle guardie con il sangue del re Duncan assassinato) e che funge da archetipo. Il testo però si dipana in un percorso che comprende anche La resistibile ascesa di Arturo Ui di Bertolt Brecht, parodia anch'essa dell'ascesa al potere di Hitler e della quale è stato riscritto il prologo.

Significative anche le incursioni trasognate dello stesso Jarry (Giovanni Bagnolini, IVAC) in bicicletta (ispirazione tratta dalla celebre foto “Ritratto di Jarry in bicicletta” e dalle sue opere proprio sulla bicicletta Ubu in bicicletta. Il fu Alfred Jarry e Acrobazie in bicicletta) che non riconosce il suo testo nella riscrittura del laboratorio: “Di tutto questo non ho scritto neanche una riga”.

Accanto ai protagonisti, che si muovono in scena con grande disinvoltura ed energia, diversi altri personaggi animano in modo credibile e per nulla scontato il palco del Bonci, strappando talvolta un sorriso amaro altre una risata: Arianna Poggioli, ormai ex alunna, che esce ed entra dal baule della coscienza di Ubu; Luigi Arginelli (IVBC) che nei panni di Bourdure dà vita insieme ai protagonisti a gag davvero divertenti; Giacomo Garattoni, (VCS) improbabile cuoco di Ubù che sciorina il patafisico elenco di pietanze; Marco Degli Angel (IVAC)i, il gerarca della prima ora pronto a tradire messo alle strette; Samuel Gasperini lo sfortunato e ingenuo re assassinato da Ubu; Chiara Giunchi (VCC), Eleonora Rossi (VCC) e Martina Ziulu (VCC), le sarte del Guardacheroba di Ubu; Anna Drei (IVBS), Marta Puliti (IICC), Chiara Sintoni (IICC)le immancabili streghe; Raffaela Di Franco (IVAC), che apre la rappresentazione in punta di piedi e su passi di danza presenta lo spettacolo, la ritroviamo nei panni di Bugrelina /Bugrelao la tenace partigiana della resistenza anti tirannica. Insieme a loro Vittoria Placuzzi (IVAC),raffinata Regina Rosmunda, e Chiara Maria Parrino, spigliata annunciatrice (IVAC).

La scenografia di Stefano Camporesi inserisce in cornici disposte sul palco i personaggi non direttamente coinvolti nei dialoghi, eliminando ogni soluzione di continuità tra scena e retroscena: i personaggi si animano man mano dai quadri, che richiamano i ritratti di famiglia delle teste coronate. Dal soffitto calano, accanto alle bombette alla Magritte, richiamo costante al surrealismo, le spirali, già presenti nell'edizione illustrata da Jarry stesso, che diventano la parodia di una propaganda nutrita di simboli come la svastica nazista, mentre al centro troviamo la grande tavola imbandita sulla quale sfilano le improbabili portate del Menù di Ubu.

Da segnalare, poi, lo straordinario commento sonoro dei ragazzi dell'Istituto Musicale “ A. Masini di Forlì che hanno fatto parte integrante dello spettacolo con le musiche originali di Michaela Schhumann e Francesco Pasqui.

Come conclusione del progetto triennale l'uscita del quarto numero della rivista Quaderni di Teatro Carcere, coordinata e diretta dalla docente di teatro contemporaneo Cristina Valenti del DAMS di Bologna, “Ponti sospesi tra Teatro Carcere e Scuola” che tra l'altro, ospita un'intervista alla prof.ssa Franca Solfrini sull'esperienza del Monti.


Pubblicata il 09 aprile 2018 da , STELLA RICCI